lunedì 7 novembre 2016

L'influenza triennale di Carlotta - breve riassunto di un periodo buio

Un giorno davanti alla porta di casa, il corpo si è bloccato. Non riuscivo ad allungare il braccio per aprirla, le mie gambe stavano piantate fisse e rigide. Non riuscivo ad uscire di casa. L'ansia bloccava ogni mio muscolo. In quel momento è squillato il telefono.

Premessa: Carlotta da 25 anni soffre di una patologia immunitaria che le ha scassato per bene i reni, ha un'invalidità molto alta, appartiene alle categorie protette e usufruisce per se stessa della legge 104, con una riduzione oraria giornaliera dell'orario di lavoro. Sia l'invalidità che la legge 104 (riconoscimento di un handicap) vengono rilasciate a seguito di visita davanti ad una commissione medica. La patologia di Carlotta non è individuabile ad occhio nudo, non v'è nessuno segno, a parte il gonfiore quando deve fare terapia. 

Prologo: Un giorno Carlotta e 2 colleghe vengono trasferite in un altro ufficio, dove l'accoglienza è stata freddina, per essere gentili. In quel periodo Carlotta ha le analisi sballate e viene ricoverata in un altra città per degli esami per due settimane. Gli esami non rivelano niente e si decide di procedere ad una biopsia renale, ma in laparoscopia..un rene è atrofizzato fare una biopsia normale è troppo rischioso per il rene messo meglio. Tra ricovero e convalescenza prescritta dall'ospedale passa un mese. Al mio rientro apprendo di essermi sbagliata, evidentemente ero stata alle Bahamas perchè ad accogliermi ci sono barili di merda. Nel frattempo una delle colleghe con cui sono arrivata ha partorito e l'altra mi comunica che ha chiesto e ottenuto un avvicinamento a casa. E' l'inizio della fine. Il loro lavoro va ridistribuito. In teoria, in pratica per 3/4 viene caricato a me, evidente causa di tutti mali del mondo. Non ce la faccio ovviamente nel mio orario, dovrei finire alle 13.30 ma non esco mai prima delle 17.30. Il mio corpo va in tilt, la pressione sale 160/110, continuo a piangere, una collega mi vessa, la mia direttrice la difende, il mio dirigente se ne sbatte le balle. Anzi, mi incontra in corridoio da sola, mi mette una mano intorno alla vita e mi dice che sto benissimo. 
Vado a fare la mia visita, i medici mi chiedono come sto e io piango, mi misurano la pressione e mi dicono che devo rallentare. Ma io non ce la faccio, le ditte aspettano i documenti per essere pagate, dietro alle ditte ci sono i loro dipendenti che aspettano lo stipendio, come posso alzarmi e andarmene alle 13.30? Mi danno il numero di una psicologa che segue il gruppo di sostegno alla mia patologia.

1. Suona il telefono. "Sono la dottoressa XXXX, so che mi ha cercata" E qui ricordo solo la mia voce mentre piangendo le urlo di aiutarmi, che non riesco ad andare al lavoro, sono davanti alla porta ma non riesco ad uscire. Mi dice di non andare al lavoro, di andare dal medico a farmi fare l'impegnativa e mi fissa un incontro per il giorno seguente in reparto. Il giorno seguente sono da lei, nella sua città, e mi consiglia un percorso da seguire, mi dice anche lei di rallentare, che ho delle certificazioni, di stare tranquilla, non posso essere toccata. Lo so. So che potrei alzarmi e andarmene e nessuno può dirmi nulla. Ma c'è quel cazzo di senso del dovere che non mi permette di farlo. Al rientro, parlo con il mio medico di base che mi consiglia una visita con lo psichiatra. Lo incontro alcune volte mi da dei farmaci, fa una relazione in cui dichiara un sacco di cose carine, che mi esprimo correttamente e con garbo, faccio discorsi logici e chiari, ma che quando parlo di lavoro inizia l'ansia. Consiglia vivamente il mio trasferimento. L'Ufficio del Personale chiama la mia direttrice per proporle una cambio, le mandano un laureato in economia, mentre io vengo spostata altrove, Lei rifiuta. Il mio calvario continua. Il mio ex direttore chiede alla mia direttrice di farmi tornare da loro. La mia direttrice rifiuta. Ed io sto sempre peggio.

2. Il Principino è in ritardo a scuola e Carlotta lo porta in macchina. Quelle medicine mi intontiscono e rischio un incidente. Ho toccato il fondo.

3. Decido di smettere con le medicine e mi metto in malattia. Forse è il caso che il senso del dovere inizino ad averlo anche i miei colleghi, le pause caffe da mezz'ora possono essere ridotte, così come il pettegolezzo da corridoio, attività che porta via un sacco di tempo in quella struttura. 
E qui inizia un periodo illuminante. La mia collega mi diffama anche in altri uffici, ma la direttrice di una di queste strutture la riconosce per quello che è e le persone che in quell'ufficio hanno collaborato con me nei mesi precedenti prendono le mie difese. Credi di avere degli amici e scopri le vipere... eh tu non hai voglia di lavorare, se l'avessi fatto nel privato ti avrebbero già licenziato. La cosa triste che per dei lunghi momenti ci ho creduto. Ho creduto davvero che la colpa fosse mia, che ero io che non facevo abbastanza. Invece che pensare al mio ex datore di lavoro che quando passo nella sua azienda mi dice qui c'è sempre un posto per te, al mio ex direttore che mi avrebbe ripresa nel mio vecchio ufficio, agli ex colleghi che mi chiamavano e mi sostenevano. No io mi mettevo in discussione. Era colpa mia. 

4. Ho iniziato a camminare, ho tagliato i capelli cortissimi con un bel ciuffo blu, ho smesso di pensare al lavoro, la pressione è tornata normale.

5. Sono rientrata al lavoro e ho scoperto che la mia collega mi ha accusata di essere inadempiente con il mio dirigente. Meno male che lei era fissata con le mail e avevo le prove che l'inadempienza era sua. Il capo non mi caga, la colpa è mia perchè sono mancata e i colleghi fanno bene ad avercela con me. Mi girano i coglioni e gli dico che voglio la visita con il medico competente. Lui me la nega. Ed io non ci vedo più e gli dico tutto quello che penso. Finchè lui non mi sbatte fuori, Ed io inizio a ridere, ridere e ridere. E a guarire. Che bene che sto.
Gli mando una pec con la richiesta di visita con il medico competente. Lui la ignora. Mi rivolgo ai rappresentanti della sicurezza. Dopo due giorni ho la visita. Il medico fa una relazione, dà delle prescrizioni alla struttura tra cui rispetto degli orari, riduzione della mole di lavoro e consiglia caldamente il trasferimento. Non succede nulla. Se ne sbattono le balle. Ma inizio a farlo anch'io. 

6. I rappresentanti della sicurezza si rivolgono al Dirigente generale. Mi fissa un appuntamento il venerdi. Il lunedì successivo sono nel mio attuale ufficio. Ce l'ho fatta.

Epilogo. Carlotta da poco più di un anno lavora in un piccolo ufficio con dei colleghi fantastici, siamo affiatati e ci aiutiamo. Ho una nuova direttrice che mi ha dato la possibilità di seguire dei corsi e fare un lavoro più in linea con le mie capacità. Lavoro spesso più ore, anche se - come prima - non posso ne recuperarle ne farmele pagare, dopo aver comunque messo in chiaro che "quando ce la faccio non è un problema, ma ci saranno dei momenti che la mia salute non me lo permetterà ed io dovrò fermarmi", pare abbia capito, ma, se anche così non fosse, l'esperienza che ho avuto mi ha fatto capire troppe cose, su me stessa e purtroppo anche sugli altri. Io ho capito che devo avere più fiducia in me stessa, che non devo tenermi tutto dentro, che non devo permettere a nessuno -ne tantomeno a me stessa- di mettere in discussione quello che so di saper fare, ho imparato a distinguere ciò che conta veramente, cioè la mia salute e la serenità di mio figlio. E che, come sempre, gli amici veri sono quelli che ti sostengono e non ti giudicano. Gli altri..beh, chissene.

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